Lonigo, 01/03/2026
L’attacco congiunto israelo-americano di ieri contro la Repubblica islamica dell’Iran, che ha tutte le caratteristiche per essere considerato “the big one”, cioè il tentativo di attacco definitivo nello scenario mediorientale, ci porta ad alcune riflessioni sulla situazione.
Intanto segna un ritorno della convergenza tra Stati uniti ed Israele nella politica internazionale, e quindi è indice dell’affermazione della preponderanza di una certa destra sionista all’interno dell’amministrazione americana, questione ampiamente messa
in discussione nei mesi precedenti soprattutto riguardo alla spinosa questione di Gaza.
La volontà di riaffermazione della politica di dominanza regionale Israeliana portò gli attacchi missilistici contro l’Iran dello scorso giugno, in piena sfida alla credibilità dell’amministrazione americana, ed è maturata nel cosiddetto “Board of peace”, nel quale basta vedere chi siano i partecipanti e chi siano gli esclusi (Europa compresa) per immaginarsi una sorta di nuova “Yalta” mediorientale.
In secondo luogo proseguono, senza grosse sorprese, le violazioni del diritto internazionale, ordite dal gatto e la volpe, nonché il calpestio delle sovranità statali legittimando, come d’altronde in Venezuela e prima in innumerevoli altri luoghi del mondo, l’idea della “rimozione democratica” dei governi non allineati.
E queste sono considerazioni e fatti incontrovertibili ed oggettivi , non certo propaganda islamista degli Ayatollah.
Come al solito, queste estemporanee azioni, sono da inquadrare in uno scenario globale che vede gli americani muovere le pedine per il futuro scontro finale.
L’area in questione, benché passata alla storia per questioni petrolifere, non si può permettere di avere dal punto di vista regionale una nazione possibilista per quanto riguarda la famosa “via della seta”, da qui uno sradicamento dell’Iran si rende necessario.
In zona, infatti, la maggior parte degli “-stan” hanno già aderito (non gratis) alle vie alternative per il commercio cinese verso Africa ed Europa, via alternativa a quella oceanica e del Mar Cinese Meridionale che già sono troppo affollate di truppe sul piede di guerra (Taiwan, Corea, Giappone, Malesia…).
Da qui, l’elevazione di Israele a vice re dell’area, non più in funzione esclusivamente anti-islamica di facciata (qualcuno ha detto Arabia Saudita?!), ma proprio come presidio rivolto al passaggio merci, Suez d’altronde si trova (letteralmente) ad un tiro di schioppo e più a nord anche lo sbocco mediterraneo.
Lungi da noi essere permeati da una visione univoca delle mosse americane c’è da dire però che, volente o nolente, osservando il quadro generale ed analizzando i dati commerciali, militari e diplomatici tutto converge verso questo scenario.
Se si tratterà di una guerra “calda” oppure di tante piccoli assalti tutti “illegittimamente legittimati” non ci è dato sapere, per ora ci si focalizza senza filtri della propaganda dell’una o dell’altra parte, sull’ennesima guerra di aggressione americana.
Scomodamente.
Il portavoce
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